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Ciò di cui nessuno vuole che si parli: Il Condizionamento Cognitivo.

Immagine del redattore: Ugo Piazza
Ugo Piazza
4 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Oggi il consenso non si conquista più: si costruisce a monte. 


Da almeno dieci anni cerchiamo di capire cosa stia accadendo, e ogni volta ci sfugge. Non perché manchino le informazioni: ne abbiamo più di quante una mente umana possa sostenere. Ci sfugge perché abbiamo continuato a porre la domanda sbagliata. Continuiamo a chiedere quale notizia sia vera, quando la categoria della verità ha smesso da tempo di essere il criterio con cui il discorso pubblico si organizza. Ciò che conta oggi non è il fatto, ma il filone narrativo: la cornice dentro cui il sistema della comunicazione di massa decide che un fatto debba essere percepito, e resa credibile la percezione.


È una differenza che sembra sottile e invece è strutturale. Nel vecchio regime dell'informazione si mentiva per nascondere un fatto. Nel nuovo non serve più nascondere niente: basta stabilire in che modo il fatto verrà sentito. La menzogna era un'operazione difensiva, faticosa, sempre a rischio di smentita. La cornice narrativa è un'operazione offensiva, economica, praticamente inattaccabile perché non si può smentire una cornice, si può solo abitarla o rifiutarla in blocco, e chi la rifiuta in blocco viene immediatamente classificato come irrazionale.



La guerra di informazione come diversivo


Il nome che si dà a questa fase è "guerra di informazione", e il nome stesso fa parte del dispositivo. Ci abitua a pensare in termini di fronti contrapposti, di attacco e controattacco, di fact-checking e smentita, di quale versione stia vincendo oggi. Ci consegna un campo di battaglia e ci invita a scegliere una trincea.


Il punto è che quel campo di battaglia è un teatro. Il rimbalzo continuo tra notizia e contro-notizia, la botta e risposta permanente, l'indignazione a ciclo giornaliero: tutto questo consuma esattamente la risorsa che servirebbe per accorgersi di altro, cioè l'attenzione. Non è un effetto collaterale. È la funzione. Finché discutiamo di quale titolo sia più affidabile, non discutiamo del meccanismo che decide quali titoli ci raggiungono, in quale ordine, con quale intensità emotiva, e in quale momento esatto della nostra giornata.


Nessuno, e vale la pena ripeterlo, nessuno mette al centro del dibattito pubblico il vero processo in corso. Perché il vero processo non è informativo. È cognitivo.


Il condizionamento cognitivo


Ogni applicazione che apriamo, ogni social, ogni gioco, ogni sistema di messaggistica ha una funzione dichiarata e una funzione reale. La funzione dichiarata è il servizio: connetterci, intrattenerci, semplificarci qualcosa. La funzione reale è l'estrazione: raccogliere dati non solo su cosa compriamo, ma su come percepiamo il mondo. Cosa ci trattiene e cosa ci fa scorrere via. Cosa ci irrita. A che ora siamo vulnerabili. Quali desideri confessiamo e quali no. Come reagiamo alla paura, all'invidia, alla speranza. Quanto tempo esitiamo prima di toccare lo schermo  perché anche l'esitazione è un dato.


Quel materiale non resta inerte. Viene lavorato, modellato, restituito sotto forma di messaggi costruiti su misura per un cervello che è già stato mappato. Ed è qui che il salto qualitativo è avvenuto senza che ce ne accorgessimo. La pubblicità tradizionale proponeva un oggetto e lasciava a noi la scelta: rozza, visibile, resistibile. Il sistema attuale non interviene più sulla scelta. Interviene sulla sua formazione. Non prova a convincerci: dispone l'ambiente in modo che una certa conclusione ci appaia come nostra, spontanea, autoprodotta.


L'influenza non riguarda più le opinioni. Riguarda ciò che siamo in grado di pensare prima di formulare un'opinione. Si agisce sul livello cognitivo, non su quello argomentativo e a quel livello non esistono contraddittori, perché non c'è nulla da contraddire.


Come si costruisce l'indispensabilità


Si parla molto di dipendenza dai social media, con il tono contrito di chi commenta un vizio privato. È vero, siamo tutti dipendenti. Ma la domanda che non viene posta è: qualcuno crede davvero che sia stato un incidente?


Il percorso è ricostruibile e ha una logica industriale trasparente. Prima si rende la piattaforma gratuita e piacevole. Poi la si rende il luogo dove passano le relazioni, il lavoro, gli annunci di casa, i concorsi pubblici, i colloqui, la vita amministrativa. A quel punto uscirne non è più una scelta di stile: è un'esclusione sociale concreta. La piattaforma diventa infrastruttura di integrazione, e un'infrastruttura non si abbandona.


Costruita l'indispensabilità, si è ottenuto il bisogno. E un bisogno strutturale è un contenitore: chi lo controlla decide cosa metterci dentro. Non è più necessario persuadere una popolazione. È sufficiente amministrare ciò di cui non può fare a meno.


Il punto d'arrivo


Dove siamo arrivati è questo: un sistema capace di orientare percezioni, preferenze e giudizi lasciandoci intatta la sensazione più preziosa di tutte, quella di essere liberi. Non ci è stata togliata la libertà di scelta. Ci è stata restituita già arredata.


È un dominio più efficiente di qualunque censura, perché la censura produce dissenso mentre questo produce adesione. Un cittadino censurato sa di essere censurato. Un cittadino cognitivamente condizionato difende spontaneamente le conclusioni che gli sono state installate, e le difende con la passione di chi le considera proprie. Chi glielo fa notare non viene percepito come un alleato, ma come un aggressore.


Se c'è un compito residuo per il pensiero critico non è più smascherare la notizia falsa: quello è il gioco che ci è stato assegnato, e giocarlo bene non cambia nulla. Il compito è spostare la domanda. Non chiedersi se questa notizia sia vera, ma chi ha deciso che dovesse arrivarmi ora, in questa forma, dopo quest'altra, mentre ero in questo stato d'animo. Non chiedersi cosa penso, ma perché lo penso proprio adesso, e a chi conviene che lo pensi.


È poco, e non restituisce l'innocenza. Ma è l'unico gesto che il sistema non ha previsto: interrompere la fluidità. Perché tutto questo funziona a una condizione sola, che non ci fermiamo mai a guardare il meccanismo  e continuiamo a scorrere.


 
 

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